COGS: perchè i bilanci esteri confondono gli analisti italiani


Articolo / a cura di Ivan Fogliata 

Molte imprese nella loro storia riescono a raggiungere l’obiettivo di espandersi all’estero arrivando in alcuni casi a creare una realtà controllata in un paese terzo.

Seguendo il “dogma” degli adeguati assetti organizzativi tali imprese iniziano a ricevere i bilanci di tali realtà controllate redatti secondo i principi contabili del paese straniero.

Al primo bilancio arriva il primo grande problema: dov’è la variazione di magazzino a conto economico? Perché non si rinvengono gli acquisti merce? Cosa è questa nuova voce denominata COGS?

La voce COGS e la differenza con il sistema nostrano

Chi vi scrive ha provato sulla propria pelle l’interpretazione di bilanci statunitensi, cinesi e addirittura uzbeki caratterizzati dalla contabilizzazione a COGS, acronimo che sta per Cost of Goods Sold.

Che cosa significa e quali differenze presenta rispetto al sistema nostrano? In estrema sintesi “sull’economia del bilancio nessuna”, nel senso che la redditività finale, la cosiddetta “bottom line” dell’utile d’esercizio, non cambia. Il tema sta nell’interpretazione dei valori nella parte alta del conto economico ovvero prima del celeberrimo EBITDA.

Chiariamo sin d’ora un concetto ci aiuterà a comprendere il tema: la differenza non sta nella contabilità (si tratta sempre di partita doppia), ma nel criterio di classificazione dei costi. Lo schema di conto economico dell’art. 2425 c.c. classifica per natura, lo schema a COGS classifica per destinazione (la c.d. by function). Lo IAS 1 ammetteva entrambe le impostazioni; l’IFRS 18 le mantiene ma impone l’esposizione separata della riga cost of sales quando anche una sola voce operativa è classificata per destinazione, mentre negli Stati Uniti la Regulation S-X, Rule 5-03, impone di fatto la esposizione per destinazione. L’utile d’esercizio è identico non per pura coincidenza, ma perché si tratta della stessa contabilità aggregata secondo due criteri diversi

In pratica: conto economico italiano e conto econommico a COGS a confronto

Spieghiamoci meglio con un esempio muovendo dal bilancio nostrano (per ora ci concentreremo per semplicità su un’impresa che commercia merci senza trasformarle).

Cosa osserviamo? Molto semplicemente il COGS è la somma algebrica degli acquisti di periodo e della variazione di magazzino dello stesso periodo: nel nostro caso € 600.000 di acquisti al netto dell’incremento di rimanenze di € 150.000, quindi € 450.000. Qual è la sua logica contabile?

Sovente si osserva che chi registra la contabilità, per semplicità, non imputa mai gli acquisti a conto economico: ogni acquisto viene inizialmente registrato ad incremento del magazzino e solo a fine periodo si verifica a quanto ammonti il magazzino finale reale, girando a costo la differenza rispetto al magazzino finale teorico e denominandola COGS.

Ergo la contabilità COGS procede in questo senso: magazzino iniziale rilevato + acquisti merci di periodo = magazzino finale teorico; una volta rilevato il magazzino finale reale si opera la differenza fra il teorico e il reale, determinando così il costo di ciò che è stato venduto, ovvero il COGS.

Nel nostro esempio si muoveva da un magazzino di € 100.000, si acquistano € 600.000 nel periodo determinando un magazzino teorico finale di € 700.000. Osservando che il magazzino finale reale è di € 250.000 si determina che il COGS è 700.000 meno 250.000, ovvero € 450.000.

 

La rilevazione del COGS in imprese di dimensioni medio grandi

Un’avvertenza è però d’obbligo: quello appena descritto è il sistema a inventario periodico, che qui utilizziamo a scopo didattico perché è il modo più immediato per far comprendere il meccanismo. Nella pratica di imprese di dimensioni medio grandi si adotta invece l’inventario perpetuo, con rilevazione del COGS a ogni singola vendita (Dare COGS, Avere Magazzino). La differenza non è formale: nel calcolo per differenza il COGS incorpora indistintamente cali, furti, obsolescenza e svalutazioni, che l’analista non riuscirà più a separare dal costo di ciò che è stato effettivamente venduto.

Cosa cambia se si parla di prodotto finito (quindi oltre al costo merce si aggiungono costi ulteriori quali costo del lavoro e ammortamenti)? La situazione si fa ancora più complicata e ancora più interessante.

La logica contabile non cambia, cambia il perimetro dei costi che transitano dal magazzino e la contabilizzazione viene a discostarsi ancora di più dalla logica italiana. Attenzione però a non equivocare: non cambia la valorizzazione del magazzino, perché anche l’OIC 13 impone di utilizzare per valorizzare le scorte il costo pieno di produzione, ossia i costi diretti più la quota ragionevolmente imputabile di costi indiretti industriali. Cambia soltanto il punto del conto economico in cui quei costi diventano visibili. In un’impresa che trasforma, le rimanenze di prodotti finiti non sono valorizzate al solo costo delle materie prime ma al costo pieno di produzione: materie consumate, manodopera diretta, ammortamenti degli impianti industriali ecc. Di conseguenza il COGS assorbe anche quote di costo del lavoro e di ammortamenti, voci che nello schema italiano restano invece integralmente su righe proprie, perfettamente visibili. Assistiamo ad uno “spezzatino” contabile al quale il lettore italiano non è proprio avvezzo.

Il COGS in un caso reale

Meglio un esempio? Ripartiamo con i numeri di un’impresa manifatturiera, volutamente identici a quelli visti sopra: stessi ricavi, stesso magazzino (iniziale € 100.000, finale € 250.000, interamente prodotti finiti: per semplicità si assume che non vi siano rimanenze di materie prime né semilavorati, sicché gli acquisti di periodo coincidono con le materie consumate), stesso costo del lavoro complessivo, stessi ammortamenti complessivi. Cambia una cosa sola, l’impresa trasforma invece di rivendere, e come vedremo questo basta a ridisegnare tutta la parte alta del conto economico.

* rimanenze iniziali di € 100.000 e finali di € 250.000, valorizzate al costo pieno di produzione

** di cui € 250.000 di manodopera di produzione e € 50.000 di personale amministrativo e commerciale

*** di cui € 100.000 su impianti industriali e € 25.000 su beni non industriali

Come si arriva al COGS di € 800.000? I costi di produzione del periodo sono € 600.000 di materie prime, € 250.000 di manodopera diretta e € 100.000 di ammortamenti industriali, in totale € 950.000. Poiché € 150.000 di questi costi non sono stati venduti ma sono rimasti in magazzino, il COGS si ferma a € 800.000. La bottom line, come anticipato in precedenza, è identica: EBIT € 125.000 in entrambi gli schemi.

Le insidie per l'analista italiano

Esaminiamo ora le tre insidie che l’analista italiano deve affrontare.

  • La prima: l’EBITDA. Nello schema a COGS gli ammortamenti industriali, € 100.000, sono nascosti dentro il COGS: chi calcola l’EBITDA sommando all’EBIT i soli ammortamenti esposti in bilancio ottiene € 150.000, mentre l’EBITDA effettivo è € 250.000. Si tratta di una sottostima del 40% rispetto all’EBITDA effettivo, che letta al contrario significa un dato corretto superiore del 66,7% a quello ricostruito, su un indicatore che regge covenant bancari e multipli di valutazione.
  • La seconda riguarda il costo del personale. La riga visibile, € 50.000, non è il costo del lavoro dell’impresa, che è € 300.000: il resto è confluito nel COGS. Qualunque indice di produttività costruito sulla riga di conto economico è quindi privo di significato e va ricostruito dalle note al bilancio o dalla contabilità gestionale.
  • La terza riguarda il Gross Profit, cioè il margine industriale, che nel secondo esempio è del 20% contro il 55% del primo, a fronte di un conto economico italiano identico nelle due ipotesi. È un indicatore che il bilancio italiano non espone e che non coincide con nessun margine dello schema civilistico, perché include manodopera e ammortamenti produttivi ed esclude tutto il resto. Confrontarlo con il “valore aggiunto” o con il margine di contribuzione italiano porta a conclusioni sbagliate.

 

Una regola operativa, quindi: quando si riceve o si consolida un bilancio redatto a COGS, la prima domanda da rivolgere alla controllata non è quanto valga l’EBITDA, ma quali costi siano stati capitalizzati nel magazzino e in che misura. Senza quel dettaglio la parte alta del conto economico resta illeggibile e ogni confronto con i dati della capogruppo è, semplicemente, un confronto fra grandezze del tutto eterogenee.

 

Resta allora una domanda: come fanno all’estero a calcolare l’EBITDA, indicatore così diffuso e importante? Attraverso un lavoro di “ricostruzione contabile”. Invece di partire dall’alto (Ricavi meno Costi Operativi = EBITDA), chi utilizza il COGS calcola l’EBITDA partendo dal basso, ovvero dall’EBIT (Risultato Operativo), secondo la formula:

EBITDA = EBIT + Ammortamenti delle immobilizzazioni materiali (Depreciation) + Ammortamenti delle Immobilizzazioni Immateriali (Amortization)

 

Dove trovano il dato esatto degli ammortamenti? Poiché il dato totale degli ammortamenti non è visibile a Conto Economico, il dato viene recuperato da due fonti ufficiali del bilancio:

  1. Rendiconto Finanziario (Cash Flow Statement): nella sezione dedicata al flusso di cassa operativo (Cash from Operations), il primo passaggio consiste nel sommare all’utile netto (o all’EBIT, a seconda del metodo) tutti i costi non monetari, esponendo in modo esatto il totale degli ammortamenti dell’esercizio.
  2. Nota Integrativa (Notes to the Financial Statements): è la fonte da verificare, ma con un’avvertenza importante, perché l’obbligo di scomporre il COGS e le SG&A per natura non è affatto generalizzato

 

Questo è il motivo principale per cui l’EBITDA, nei framework contabili internazionali (IFRS/US GAAP), viene sempre definito una metrica Non-GAAP (non standardizzata): non essendo una voce direttamente generata dal Conto Economico, richiede un calcolo extracontabile che aggrega dati provenienti da prospetti diversi. Qualcuno potrebbe osservare che non si tratta di un’anomalia estera: anche in Italia l’EBITDA non è una posta dell’art. 2425 c.c., che si ferma alla differenza fra valore e costi della produzione, la quale coincide più con l’EBIT. È una riclassificazione extracontabile anche da noi; la differenza vera è che la classificazione per natura rende l’operazione di calcolo semplice e immediata.

 

 

Il COGS, alla fine se ci pensiamo, non vuole nasconderci nulla: semplicemente risponde a un altro quesito. Ci dice quanto è costato ciò che è stato venduto, mentre il conto economico italiano ci dice quanto si è speso nel periodo. Due domande diverse, due letture diverse su un’unica azienda con un solo utile d’esercizio.

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