Il ritardo nell’incasso delle fatture è un fenomeno che colpisce molte aziende e può mettere seriamente a rischio il loro equilibrio finanziario.
Si pensi a un’impresa i cui i fornitori vengono saldati a 30 giorni, mentre i crediti verso i clienti vengono incassati solo a 60 giorni. In uno scenario di questo tipo l’azienda presenta un equilibrio di cassa molto delicato: deve anticipare risorse per sostenere i propri costi, mentre il denaro proveniente dalle vendite arriverà in un secondo momento. La soluzione tipica è ricorrere al credito bancario attraverso le forme di anticipo fatture quale lo sconto di ricevute bancarie salvo buon fine. È evidente, quindi, come inattesi slittamenti nei tempi di pagamento possano compromettere rapidamente il cash flow aziendale e dunque la solidità della stessa visto che le banche addebiteranno le fatture insolute creando anche il problema dello sconfino sugli affidamenti accordati.
Introduciamo un nuovo termine: quando si parla di ritardi si parla di “ageing” (o “aging”) di un credito, tecnica utilizzata in particolare nel mondo della revisione legale. L'ageing dei crediti (o analisi dell'invecchiamento dei crediti) è uno strumento che classifica i crediti commerciali in base alla loro anzianità, distinguendo anzitutto tra crediti "a scadere" e "scaduti". Questo permette alle aziende di monitorare la salute finanziaria, prevedere gli incassi futuri, valutare l'efficacia delle attività di recupero e pianificare le strategie di gestione del credito.
Anzitutto va operata una categorizzazione, le fatture da incassare vengono raggruppate in fasce temporali: a scadere, scadute da 1-30 giorni, da 31-60 giorni e oltre 90 giorni. Viene quindi generato un report che mostra l'ammontare totale dei crediti per ciascun cliente e ciascuna categoria di anzianità, fornendo una fotografia istantanea della situazione.
Parliamo quindi di crediti scaduti e di come inquadrarli:
In realtà sono un “mix” di evidenze che mutuiamo da varie fonti! La soglia dei 30 giorni si rinviene nel principio contabile IFRS 9 che impone di classificare un credito da “performing” ad “underperforming” o Stage 2 appena superato tale ritardo. La soglia dei 60 giorni si rinviene nel codice della crisi di impresa e dell’insolvenza: all’art. 3 sono considerati gravi sconfini oltre i 60 giorni col ceto bancario. La soglia dei 90 giorni è rinvenibile nella normativa bancaria: un credito scaduto da oltre i 90 giorni deve essere classificato fra i deteriorati come “past due” e credito “non performing” o Stage 3.
È quindi importante sottolineare che superata la soglia massima, il credito è classificato anche in azienda come ad alta probabilità di insolvenza. In pratica, superare i 90 giorni significa entrare in una zona critica per la gestione del cash flow ma anche del bilancio. All’impresa è infatti richiesto di operare opportuni accantonamenti ergo di svalutare il credito nonché di attivarsi procedure di negoziazione col cliente quali ad esempio la formalizzazione di un piano di rientro oppure di attivare procedure di recupero più rigide, rivalutando anche la solidità finanziaria del cliente, oltre che la reputazione dello stesso.
Come si decide “quanto” il credito va svalutato e che effetti fiscali ha la svalutazione? In merito al “quantum” il principio è svalutare sino al “presumibile valore di realizzo”. Facile a dirsi ma difficile da attuarsi! Se l’impresa gode di garanzie (es. assicurazione sul credito) procederà a svalutare nel limite della franchigia che la compagnia ha previsto in caso di sinistri, se il credito fosse invece non garantito (chirografo puro) l’impresa dovrà capire se ci sono dei beni aggredibili o se stanno arrivando proposte di stralcio (casi di composizione negoziata o accordi di ristrutturazione o concordati ecc.) per stimare la perdita possibile. E fiscalmente? A livello del fisco la perdita su crediti è deducibile solo a fronte di elementi certi e precisi quali l’avvio di procedure concorsuali o azioni esecutive infruttuose.
I ritardi, anche quelli lievi, sono fattispecie comune? In Italia nel primo trimestre 2025, il 44,7% delle aziende ha pagato puntualmente, dato in leggero miglioramento rispetto le tendenze degli stessi periodi degli anni precedenti. Ad affermarlo è Cribis: società specializzata nell’analisi di dati aziendali e anche nella redazione di report sul rischio di credito.
Cribis afferma al tempo stesso che i ritardi nei pagamenti oltre i 90 giorni migliorano al 4,9% nel primo trimestre del 2025, rispetto a una media del 5,3% nel primo trimestre 2024.
È interessante osservare in quali zone il calendario dei pagamenti sembri avere qualche “giorno in più” rispetto al resto del Paese. I dati più recenti mostrano che il Nord-Est si conferma l’area più puntuale, seguito dal Nord-Ovest, mentre al Centro si registra un progressivo allungamento dei tempi di pagamento. Al Sud, invece, il 7,7% dei crediti totali presenta ritardi superiori ai 90 giorni.
Le dimensioni contano? Ahinoi sì ma con qualche sorpresa. Le microimprese sono quelle che registrano maggiori ritardi nei pagamenti oltre i 90 giorni (5,5% contro l’1,8% delle grandi imprese) ma le grandi imprese sono quelle meno puntuali a scadenza in quanto si prendono la libertà di gestire “qualche giorno” in più sulla base delle contingenti necessità di tesoreria. Se, infatti le microimprese sono puntuali a saldare alla scadenza nel 45,7% dei casi le grandi aziende lo sono solo nel 20,9% dei casi.
La tendenza evidenzia un miglioramento nella puntualità delle imprese Italia, malgrado con grosse differenze fra le diverse aree geografiche, l’Italia rispetto ad altri paesi europei, si colloca nelle ultime posizioni per puntualità dei pagamenti, dietro Francia, Germania, Spagna e Olanda, superando di poco Grecia, Serbia, Bulgaria, Romania e Portogallo.
I ritardi di pagamento rappresentano un problema concreto nelle imprese italiane. Essi riducono la liquidità disponibile, costringendo le imprese a pagare maggiori interessi passivi per finanziare i ritardi, in casi più gravi a posticipare pagamenti verso fornitori e nelle peggiori ipotesi anche di fisco e dei dipendenti. Questo crea un circolo vizioso che si ripercuote nell’economia e le sue conseguenze non si limitano solo alle difficoltà operative. La liquidità presa in prestito per coprire i ritardi si traduce in un incremento dei costi per l’azienda influenzandone negativamente la reddittività.
Oggi, la normativa di riferimento avente oggetto i ritardi di pagamento è il Decreto Legislativo n.192 del 9/11/2012 che ha recepito la Direttiva comunitaria n 2011/7/UE. Stabilisce termini a 30 e 60 giorni ma derogabili sulla base di accordi fra le parti purché non smaccatamente iniqui. Allo stato è solo il settore alimentare del prodotto fresco che gode di un limite massimo alle dilazioni di 30 giorni.
Le novità potrebbero arrivare ancora una volta dall’Europa. Il Parlamento Europeo ha approvato nella seduta del 23 aprile 2024 una risoluzione legislativa sulla proposta di regolamento relativo alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transizioni commerciali.
Gli obiettivi specifici sono:
Sebbene in questo momento i 90 giorni rappresentino il limite psicologico di "gravità", la sensibilizzazione dell'Unione Europea sul tema conferma che, l'obiettivo è rendere legalmente e operativamente inaccettabile ogni ritardo, migliorando così i cash flow aziendali e scongiurando che ritardi significativi nei pagamenti si possano trasformare in crisi a catena.
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